Gli abbellimenti musicali: trillo, mordente, appoggiatura, acciaccatura, gruppetto

Gli abbellimenti, in musica, sono dei gruppi di note che servono per abbellire e rendere particolare una certa composizione musicale. Vengono indicati con dei simboli appositi e la loro esecuzione è spesso lasciata libera alla fantasia e abilità dell’esecutore. Gli abbellimenti vennero usati in particolare nella musica barocca e nel periodo classico e romantico. Nella musica moderna il loro uso è stato un po’ moderato, ma comunque è ancora utilizzato.

Il trillo

Il trillo è la rapida esecuzione della nota reale con la sua ausiliaria inferiore o superiore, per tutta la durata della nota reale. Ci sono diverse interpretazioni dei trilli, di seguito ne fornisco alcune a titolo dimostrativo:

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L’appoggiatura

E’ una piccola nota che viene messa davanti alla nota reale, in genere in un intervallo di seconda superiore od inferiore. La durata dell’appoggiatura viene calcolata sottraendo alla nota reale il valore indicato dell’appoggiatura stessa. Quindi:

Un’appoggiatura da 1/4 su di una nota da 2/4, varrà 1/4.
Un’appoggiatura da 1/4 su di una nota da 3/4 varrà 3/4-1/4 = 2/4
L’appoggiatura può anche essere doppia. In questo senso, la nota reale avrà un valore accorciato del valore delle due appoggiature.

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L’acciaccatura

E’ una notina con il gambo tagliato in modo trasversale che precede la nota reale. Si esegue molto rapidamente e viene eseguita in due modi:

in battere nella musica classica e barocca, togliendo il suo valore alla nota reale,;
in levare nella musica romantica. In questo modo l’acciaccatura non toglie il suo valore alla nota reale, visto che viene eseguita rapidissimamente.

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Il mordente

Il mordente è la rapida esecuzione della nota reale con la sua ausiliaria inferiore o superiore. A differenza del trillo, questa esecuzione non si protrae per tutta la durata della nota reale.

Il mordente può essere superiore o inferiore. Entrambi iniziano e terminano con la nota reale. Si riportano alcune esecuzioni tipiche dei mordenti, e la loro simbologia:

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In epoca moderna o romantica, si può eseguire il mordente come una terzina:

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Il gruppetto

Il gruppetto è un insieme di tre o quattro note che abbelliscono una nota o una successione di note ed è formato dalle note ausiliarie inferiori o superiori. Il gruppetto può essere d’attacco se è indicato sopra una nota, oppure di collegamento se indicato in mezzo a due note.

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Gli arpeggi

Un arpeggio è l’esecuzione di un accordo musicale suonando le note una di seguito all’altra e non simultaneamente. Si indica con una specie di serpentina e viene suonato nel modo seguente.

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Ogni strumento ha una particolare tecnica per eseguire gli arpeggi. Al pianoforte ad esempio vengono spesso suonati alla mano sinistra come accompagnamento di melodie al posto dei comuni accordi, che sono più indicati per l’accompagnamento organistico.

Il punto di valore

l punto di valore è un simbolo posto alla destra di una nota che ne aumenta la durata di metà del suo valore. Il punto può essere anche doppio o triplo: il secondo punto aumenta di metà il valore del primo punto mentre il terzo punto aumenta di metà il valore del secondo.

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Punto di valore e staccati

Attenzione a non confondere il punto di valore con il punto che indica uno staccato. Il punto di valore è sempre posto a destra della nota mentre quello che identifica uno staccato viene posto sopra la nota stessa.

L’accordo maggiore

L’accordo maggiore è formato da tre note della scala maggiore, che sono la tonica (chiamata fondamentale dell’accordo), la terza e la quinta.

In altre parole, quindi, l’accordo maggiore nella sua forma base è composto da tre note:

  • La fondamentale, ovvero la nota base che da il nome all’accordo. L’accordo di do maggiore si costruisce appunto partendo dal do.
  • La terza maggiore, ovvero la nota che sta due toni sopra la tonica. Nell’accordo di do maggiore è il mi naturale.
  • La quinta giusta, ovvero la nota che sta un tono e mezzo sopra la terza maggiore. Nell’accordo di do maggiore è il sol naturale.

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I rivolti dell’accordo maggiore

Le note dell’accordo maggiore però possono assumere differenti altezze: la nota più bassa non necessariamente è la fondamentale dell’accordo, ma può essere indistintamente una delle tre note, dando luogo ai rivolti dell’accordo.

  • Se la nota più grave è la fondamentale, l’accordo si trova nel suo stato fondamentale (DO-MI-SOL).
  • Se la nota più grave è la terza maggiore, allora l’accordo si trova nel suo primo rivolto (MI-SOL-DO).
  • Se la nota più grave è la quinta, siamo nel caso del secondo rivolto (SOL-DO-MI).

Nella musica strumentale e vocale, per rafforzare l’accordo di solito si raddoppia la sua nota fondamentale (la tonica) o in alternativa la quinta. La terza non viene quasi mai raddoppiata. Anche nelle musiche polifoniche a 4 o più voci si dovrà procedere a raddoppiare alcune note dell’accordo, visto che è formato solo da tre note.

I raddoppi delle note dell’accordo maggiore

Il raddoppio delle note dell’accordo maggiore (e allo stesso modo quello minore) segue delle regole ben precise, di seguito riassunte:

  • la fondamentale si può raddoppiare, soprattutto se l’accordo termina un brano musicale.
  • La quinta si può raddoppiare, ma difficilmente nell’accordo che termina un brano musicale. Il raddoppio della quinta al basso viene utilizzato spesso come cadenza conclusiva del pezzo, perché l’accordo maggiore, suonato in questo modo, da un senso di incompiutezza che prepara bene la cadenza dominante-tonica. La figura successiva mostra quanto detto: il primo accordo è quello di do maggiore con il raddoppio della quinta (il sol). Il secondo accordo è l’accordo di sol maggiore con il raddoppio della sua fondamentale (il sol) che infine risolve sull’accordo conclusivo di do maggiore, con il raddoppio della sua fondamentale (il do). Questa cadenza è particolare perché il primo accordo di do maggiore, con il raddoppio della quinta, prepara bene la successiva cadenza dominante-tonica.

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  • La terza è preferibile non raddoppiarla, ma nell’armonizzazione di un pezzo la si può inserire ad esempio al basso quando l’accordo viene suonato nel suo primo rivolto.

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  • In alcuni casi si può omettere la quinta dell’accordo, perché alla fine è la terza che ne determina il suono caratteristico. Ad esempio, suonando i due accordi della figura successiva, si può notare come effettivamente siano molto simili e non si senta più di tanto l’omissione della quinta (ovvero il sol).

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La legatura di valore e di portamento

La legatura, in musica, è un simbolo che serve per unire due o più note. Ci sono due tipi di legature: la legatura di valore e la legatura di portamento (o di frase).

La legatura di valore

La legatura di valore unisce il valore di due note. Ad esempio due semiminime legate sono equivalenti ad una minima. La legatura di valore viene utilizzata soprattutto per legare delle note appartenenti a battute differenti, ma viene anche usata per facilitare la lettura da parte dell’esecutore, se posta in una stessa battuta.

La legatura di portamento o di frase

Questa legatura lega due o più note differenti e ha una valenza espressiva. Indica in particolare che le note sotto la legatura devono venire suonate legate (negli strumenti a tastiera o ad arco) oppure in un unico fiato. Le note sotto legatura devono venire suonate con una particolare dinamica, e seguendo il naturale stile interpretativo del pezzo.

La legatura di portamento è utilizzata come sinonimo di legatura di frase, anche se di solito quella di portamento raggruppa un insieme ristretto di note mentre quella di frase raggruppa molte più note che rappresentano un’intera frase musicale.

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Le qualità dei suoni

I suoni musicali hanno tre qualità: l’altezza, l’intensità ed il timbro.

L’altezza

E’ la caratteristica che distingue i suoi acuti da quelli gravi ed è determinata dal numero di vibrazioni dell’aria. Più un suono è acuto, più vibrazioni presenta, più è grave, meno ne presenta. L’altezza viene misurata in Hertz, ovvero in vibrazioni al secondo. Gli esseri umani possono percepire dei suoni compresi tra 20 e i 20.000 Hertz. Questo intervallo prende il nome di campo dell’udibile.

L’intensità

L’intensità rappresenta la potenza sonora musicale ed è fisicamente dovuta all’ampiezza delle vibrazioni dell’aria. L’intensità sonora viene misurata in decibel. L’essere umano percepisce suoni fino ad un massimo di circa 130 decibel a cui corrisponde la soglia del dolore, oltre la quale l’apparato uditivo viene danneggiato. Nella musica non si raggiungono mai queste soglie, ma il campo di intensità sonora è molto vasto. Si pensi solo che un incremento di tre decibel corrisponde ad un raddoppio della potenza sonora.

Molti strumenti musicali posseggono dei sistemi per aumentare l’intensità dei suoni evitando la loro dispersione nell’aria e amplificandone di conseguenza la potenza. Alcuni esempi sono la cassa armonica della chitarra e del pianoforte.

Nelle partiture musicali, l’intensità sonora viene indicata con le seguenti abbreviazioni, che prendono il nome di “dinamiche musicali”:

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Il timbro

Il timbro è quella qualità musicale che distingue un suono da un altro: si pensi per esempio alla diversità di suono tra un do del pianoforte e un do suonato con il violino, a pari altezza e intensità.

Quando viene prodotto un suono, si ha una particolare vibrazione dell’aria ad una frequenza che genera il suono base e poi anche una serie di onde acustiche secondarie a frequenza maggiore che danno i cosiddetti suoni armonici.

I suoni armonici, rilevati attraverso i risuonatori di Helmholtz, sono i diretti responsabili del timbro. Se prevalgono gli armonici gravi, il timbro sarà pastoso e poco penetrante, se prevalgono quelli acuti, si otterrà un timbro acuto, stridulo e pungente. Per ottenere invece suoni profondi e rotondi, gli armonici devono essere ben equilibrati.

Ogni strumento musicale possiede un timbro caratteristico, ma esistono alcune caratteristiche intrinseche degli strumenti musicali e alcune tecniche di esecuzione strumentale che lo fanno variare: in un pianoforte a muro, ad esempio, l’inserimento di una sordina rende il suono più pastoso e ovattato e smorza gli armonici più acuti. Nell’organo a canne, l’inserimento dei registri più acuti rende il suono dello strumento più completo. Negli strumenti ad arco, strofinando le corde in differenti punti si ottengono suoni diversi. Riguardo la voce umana, il discorso è analogo agli strumenti musicali: ogni persona ha un suo timbro caratteristico che dipende dalla propria conformazione della laringe.

Le chiavi musicali

Nella musica, la chiave è un simbolo posto all’inizio del pentagramma che identifica la posizione delle note. Le chiavi utilizzate nella musica sono tre:

  • La chiave di sol, che appoggia sul rigo del pentagramma che identifica il sol centrale (fig. 1)
  • La chiave di fa, che indica il rigo dove poggia il fa sotto il do centrale (fig. 2)
  • La chiave di do, che indica la posizione del do centrale (fig. 3).

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Ciascuna chiave quindi prende il nome della sua nota di riferimento, utilizzata come nota base per definire la posizione di tutte le altre note.

Ciascuna delle precedenti chiavi viene poi appoggiata su differenti righi del pentagramma e in questo modo da il nome a diverse chiavi musicali, come mostrato nelle figure successive.

Nel riquadro rosso viene raffigurata la nota che da il nome alla chiave, cioè la nota di riferimento. Nel riquadro blu viene invece raffigurata la posizione del do centrale.

La chiave di sol, appoggiata sul secondo rigo prende il nome di chiave di violino.

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La chiave di sol appoggiata sul primo rigo prende il nome di chiave di violino francese. Al giorno d’oggi è ormai caduta in disuso.

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La chiave di fa appoggiata sul quarto rigo si chiama chiave di basso.

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La chiave di fa appoggiata sul terzo rigo identifica la chiave di baritono.

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La chiave di do può chiamarsi:

  • Chiave di soprano, se appoggiata sul primo rigo (fig. 1)
  • Chiave di mezzo-soprano, se appoggiata sul secondo rigo (fig. 2)
  • Chiave di contralto se appoggiata sul terzo rigo (fig. 3)
  • Chiave di tenore se appoggiata sul quarto rigo (fig. 4)
  • Chiave di baritono, se appoggiata sul quinto rigo (fig. 5).

In questo caso la nota di riferimento e il do centrale coincidono.

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La figura successiva mostra la posizione del do centrale su tutte le chiavi (è stata omessa la chiave di violino francese perché oramai è caduta completamente in disuso).

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Consigli per imparare a leggere nelle diverse chiavi musicali

Non è facile memorizzare tutte le note nelle diverse chiavi. Personalmente ho utilizzato un metodo che mi ha permesso di superare brillantemente la prova del setticlavio nell’esame di teoria e solfeggio: in particolare ho sempre letto in chiave di violino e trasportato “istantaneamente” le note un intervallo sopra o sotto, in funzione delle diverse chiavi.

Essendo pianista, all’inizio ho anche applicato questo metodo per leggere in chiave di basso, ma con il tempo ho assimilato in modo naturale la posizione di tutte le note in questa chiave senza ricorrere al trasporto istantaneo.

Per leggere “al volo” nelle diverse chiavi, basta imparare bene a leggere in chiave di violino e applicare le regole mnemoniche di seguito presentate:

  • Chiave di basso: bisogna leggere una terza sopra la chiave di violino. Ad esempio leggo un do in chiave di violino e lo alzo di due note ottenendo un mi. Ovviamente il mi ottenuto andrà poi suonato due ottave sotto.
  • Chiave di baritono: è sufficiente leggere una quarta sotto la chiave di violino e la nota ottenuta va poi trasportata un’ottava più bassa. Ad esempio un re diventa un la. Oppure si può trasportare una nota in chiave di violino una quinta sopra, sapendo che in realtà la nota ottenuta si troverà due ottave sotto.
  • Chiave di soprano: basta leggere una terza sotto la chiave di violino. Un do diventerà quindi un la.
  • Chiave di mezzo-soprano. E’ una quarta sopra la chiave di violino, ma la nota ottenuta sarà un’ottava sotto. Allo stesso modo, una nota può essere vista anche una quinta sotto la rispettiva nota in chiave di violino, ma ho sempre preferito vederla come un intervallo di quarta superiore.
  • Chiave di contralto. E’ sufficiente alzare di una nota tutte le note in chiave di violino. Il si diventa un do, il sol diventa un la, ecc… però poi nella pratica strumentale occorre abbassarle di un’ottava.
  • Chiave di tenore. Al contrario della chiave di contralto, per leggere in chiave di tenore bisogna abbassare tutte le note in chiave di violino di una nota sola e poi, nella pratica, portarle un’ottava sotto.

L’origine delle note musicali

00229Nell’antichità, la musica veniva tramandata oralmente in generazione in generazione e non esisteva un modo di scrivere i suoni che costituivano le melodie. Il problema della scrittura musicale cominciò a presentarsi durante il Medioevo, quando le melodie che venivano tramandate oralmente cominciarono a diventare sempre più lunghe e complesse. Poco alla volta quindi, sopra i testi da cantare, vennero messi dei segni chiamati neumi. Questi simboli indicavano ai cantori l’andamento della melodia, che poteva essere crescente o discendente.

Guido d’Arezzo e l’origine delle note

La nascita delle note musicali va collocata intorno al 1000 d.C, quando un monaco di nome Guido d’Arezzo utilizzò per primo una scrittura delle note molto simile a quella attuale, ma basata su quattro linee che si chiama tetragramma. Egli, per primo, diede un nome alle note della scala diatonica che prima Pitagora e poi lo Zarlino avevano costruito.

Pitagora definì i 7 gradi della scala pitagorica in base alla lunghezza delle corde fatte da lui vibrare (ad esempio si accorse che facendo vibrare una corda per metà della sua lunghezza, il suono generato è quello dell’ottava superiore). Giocando su questi rapporti, definì quindi tutti i rapporti della scala diatonica. Lo Zarlino invece, accorgendosi che la scala pitagorica dava dei problemi di intonazione nella polifonia vocale, creò la scala naturale, non più basata su rapporti matematici ma sulla successione degli armonici naturali che genera una certa nota. Anche questo sistema presentò comunque dei notevoli problemi di intonazione tale per cui si raggiunse poco a poco all’attuale sistema temperato.

Guido d’Arezzo chiamò le note musicali della scala diatonica, che fino ad allora erano state indicate con le note dell’alfabeto, con le iniziali dell’inno di San Giovanni.

Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes

L’Ut venne poi chiamato Do a partire dal XVII secolo da Gian Battista Doni (dalle iniziali del suo cognome).

Inizialmente le note erano solo 6 ed erano UT, RE, MI, FA, SOL, LA. Il SI venne aggiunto in seguito, perché inizialmente i canti non prevedevano l’uso della sensibile e fu sempre tratto dallo stesso Inno di San Giovanni.

Le note musicali, nella notazione musicale moderna, sono pertanto sette, in ordine:

  • DO
  • RE
  • MI
  • FA
  • SOL
  • LA
  • SI

Ciascuna nota poi può venire alzata o abbassata di uno o due semitoni, generando le note con i diesis e i bemolli.

La scala diatonica maggiore

Nel sistema temperato, resosi necessario a causa di problemi di intonazione della scala naturale ideata dallo Zarlino, la successione delle sette note (do, re, mi, fa sol, la, si) prende il nome di scala diatonica maggiore.

In particolare:

  • tra il do ed il re ci sono due semitoni
  • tra il re ed il mi ci sono due semitoni
  • tra il mi ed il fa c’è un solo semitono
  • tra il fa ed il sol ci sono due semitoni
  • tra il sol ed il la ci sono due semitoni
  • tra il la ed il si ci sono due semitoni
  • tra il si e il do (all’ottava superiore) c’è un solo semitono

Il trasporto della scala diatonica maggiore

Nel sistema temperato equabile, questa successione di toni e semitoni può anche essere riprodotta a partire da qualunque delle sette note, utilizzando adeguatamente i diesis e i bemolli. Ad esempio, partendo dal re, per ottenere la scala diatonica maggiore bisognerà rispettare le seguenti caratteristiche

  • tra la prima nota e la seconda ci sono due semitoni
  • tra la seconda nota e la terza ci sono due semitoni
  • tra la terza nota e la quarta nota c’è un solo semitono
  • tra la quarta nota e la quinta ci sono due semitoni
  • tra la quinta nota e la sesta ci sono due semitoni
  • tra la sesta nota e la settima ci sono due semitoni
  • tra la settima nota e l’ottava superiore c’è un solo semitono

La scala diatonica maggiore, partendo quindi dal re, sarà pari a:

RE, MI, FA#, SOL, LA, SI, DO#, RE.

Lo stesso procedimento si può applicare per qualsiasi nota di partenza, naturale, diesis o bemolle. Si creeranno tante scale diatoniche quante sono le note possibili, diesis o bemolli, a partire dalle 7 note identificate da Guido d’Arezzo. Queste scale, definiranno poi la tonalità base di un certo brano musicale.

L’origine della musica

La musica è l’arte dei suoni. E’ una successione di suoni piacevoli all’orecchio umano in grado di trasmettere emozioni a chi ascolta. La musica viene composta da uno o più compositori che trasmettono agli ascoltatori le loro emozioni, la personalità e le loro idee musicali.

I brani musicali possono essere eseguiti da un esecutore o dallo stesso compositore. L’apprendimento della corretta tecnica esecutiva di uno strumento musicale richiede molti anni di studio e di pratica continuativa.

La musica si compone di:

  • suoni in sequenza, che definiscono la melodia musicale. Quando ad esempio si fischietta un certo motivo musicale, si riproduce una melodia.
  • suoni sovrapposti che definiscono l’armonia musicale. Ad esempio in un coro ci sono più voci sovrapposte che definiscono un insieme di suoni simultanei. Un gruppo di suoni forma quello che comunemente si chiama “accordo”.

La musica si compone di una successione di suoni nel tempo, in sequenza e simultanei. Si pensi ad esempio ad un’orchestra dove un gruppo di strumenti musicali riproduce un certo brano.

L’origine della musica

Il ritrovamento di antichi strumenti che fanno pensare ad un utilizzo musicale testimonia che la musica ebbe origini antichissime.

Si suppone che la musica possa essere nata attraverso l’imitazione dei suoni naturali, ad esempio l’acqua che scorre, il vento che soffia, oppure che possa essere nata dal ritmo e dal rivestimento sonoro di antichi movimenti meccanici e ripetitivi legati all’agricoltura.

Darwin e Spencer ipotizzarono che la musica ebbe origine dall’imitazione umana del canto degli uccelli i quali nel periodo prossimo all’accoppiamento, modificano il loro timbro di voce in maniera più musicale. Questa teoria associa l’origine della musica ad un richiamo sessuale.

Il musicologo italiano Fausto Torrefranca invece pensa che la musica nacque dal rivestimento melodico delle grida primordiali dell’essere umano, quando l’uomo iniziò a razionalizzarle e rivestirle musicalmente.

I primi strumenti musicali ritrovati risalgono al Paleolitico e sono strumenti a percussione (tamburi), strumenti a raschietto (raschiando una certa superficie si produce un suono particolare) e strumenti a fiato (ad esempio soffiando dentro ossa di animali o rami cavi). Non si sa se però se questi suoni venivano utilizzati principalmente per comunicare o per fare musica nel senso che si intende oggi.

La notazione musicale

La musica, fin dall’antichità, veniva tramandata oralmente di generazione in generazione. In questo senso al giorno d’oggi non si conoscono con precisione le musiche che risalgono a quel periodo, perché tramandandole oralmente possono variare nel tempo.

Dal IX secolo entrarono in uso i neumi, ovvero dei segni musicali che indicavano una formula melodica e ritmica applicata ad una sillaba. Poco alla volta si passò prima al tetragramma con Guido D’Arezzo intorno all’anno 1000 e poi si giunse gradualmente alla notazione musicale odierna, basata sul pentagramma, ovvero un insieme di cinque righi che identifica la posizione di ciascuna nota musicale.

La notazione musicale moderna comprende in particolare:

  • 7 note (do, re, mi, fa, sol, la, si), con i rispettivi simboli che ne indicano le durate temporali.
  • L’utilizzo del pentagramma, in cui l’esatta posizione di ciascuna nota su di esso viene identificata da una chiave musicale, che indica esattamente la posizione di ogni nota su ciascun rigo e spazio del pentagramma.
  • La definizione di un ritmo di base, che indica la successione di accenti musicali del pezzo, riportato all’inizio del pentagramma sottoforma di frazione.
  • Il sistema temperato equabile, ovvero la successione delle note basata su toni e semitoni e quindi sui diesis e bemolli, che divide l’ottava in dodici semitoni uguali e permette l’esecuzione di un pezzo musicale su qualsiasi tonalità;

Esempio di scrittura moderna:

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Come viene originato il suono

Il suono viene prodotto dalla vibrazione dell’aria che dalla sorgente sonora giunge al nostro orecchio. Il moto oscillatorio dell’aria viene poi tramandato dal timpano alla coclea e in seguito convertito in impulsi nervosi che giungono al cervello.

Nel campo della musica, i suoni possono essere:

  • Vocali, se sono emessi solo dalla voce umana, come nel caso dei cantanti.
  • Strumentali, se sono prodotti da strumenti musicali.
  • Vocali e strumentali, se sono prodotti sia dal canto che dagli strumenti.